Giovedì, 17 Giugno 2021

Il caffè made in USA Starbucks spopola nella Repubblica Popolare di Cina

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I rapporti tra la Cina e gli Stati Uniti sono da sempre ondivaghi. Fuori dalle logiche geopolitiche, ideologiche ed economiche, alcuni aspetti solo apparentemente secondari possono fare breccia nei rispettivi muri.

L’azienda di caffè Starbucks, fondata a Seattle nel 1971, nel corso del tempo ha aperto numerosi punti vendita in giro per il mondo, in 78 paesi differenti per l’esattezza. In molti di questi, spinto spesso da un apporto ideologico “occidentale” non indifferente, l’entrata sul mercato è stata culturalmente rilevante ancor prima che economica e di costume. Ma è sorprendente scoprire che oggi la prima nazione non statunitense per consumi è proprio la Cina.

Un decollo non facile, cominciato nel 1999 a Pechino senza riuscire a generare utili per oltre nove anni, considerando che per il valore di 19 renmimbi/yuan (pari a 2,3 dollari circa nel cambio di inizio Duemila) era possibile acquistare 10 chili di riso, alimento basilare nella cucina del fu Celeste Impero. Bisogna considerare inoltre che la cultura cinese non offriva molto spazio al caffè, privilegiando abbondantemente l’uso del thè, di cui la Cina è d’altronde grande fornitrice.

Eppure, oggi Starbucks ha più di 4.800 punti vendita in circa 200 città cinesi, con quasi 60.000 dipendenti, di cui 259 sono stati aperti nel quarto trimestre fiscale del 2020. Se prima la crescita e la fidelizzazione era insperata, probabilmente lo sviluppo economico e il miglioramento delle condizioni di vita per la classe media ne hanno permesso il grande lancio, tanto che la “coffee house” ha annunciato 13,5 milioni di membri attivi nell’ultimo anno fiscale. Il futuro all’orizzonte appare altrettanto roseo, con l’obiettivo di aprire 6.000 caffè in 230 città cinesi entro la fine dell'anno fiscale 2022.