Giovedì, 17 Giugno 2021

Domanda e offerta di lavoro, un incontro sempre più difficile

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L’emergenza sanitaria ha stravolto le abitudini sociali e i sistemi economici locali, provocando fenomeni nuovi nelle città indotti dalle politiche messe in atto per contrastate l’emergenza sanitaria legata al COVID.

Il lavoro a distanza ha ridotto la mobilità dal luogo di residenza alla sede di lavoro: i cittadini abbandonano la propria abitazione centrale per andare verso la periferia dove lo stile di vita è più sereno, il costo della vita minore e possono acquistare online tutti i beni necessari. Nei quartieri moderni si assiste parallelamente alla crisi di numerose attività con un rapido impoverimento del tessuto economico locale.

I punti centrali della città cambiano e conseguentemente il mercato immobiliare è stravolto, provocando nuove sacche di povertà con il calo del valore delle abitazioni e degli immobili produttivi e nuove posizioni di rendita nelle periferie e nei piccoli paesi periferici.

New York, San Francisco, Milano e migliaia di città cambiano volto; la periferia diventa il nuovo centro verso il quale la pubblica amministrazione deve ripensare le proprie politiche reindirizzando lì i propri investimenti in servizi, infrastrutture digitali, connettività e occupazione.

Questi cambiamenti, insieme alle restrizioni applicate con i diversi lock down che via via si sono susseguiti, alla fine potrebbero aver provocato nella migliore delle ipotesi una perdita di posti di lavoro nel 2020 pari alla sconvolgente cifra di 500.000 persone. Un crollo di occupazione che ha colpito in particolare il lavoro indipendente e quello a termine. Resiste l’occupazione a tempo indeterminato, ma è probabile che ci possano essere sorprese negative con la fine del blocco dei licenziamenti, attualmente fissato al 31 marzo 2021.

I settori dove il fenomeno è stato più marcato, soprattutto a causa dei diversi lockdown che nel corso del 2020 si sono susseguiti, sono quelli della ristorazione, dei servizi alle persona, della moda, della cultura e dello sport.

Particolarmente critica è stata la perdita di occupazione legata a dimissioni volontarie di madri sulle quali è ricaduto l’onere di prendersi cura dei figli obbligati a restare a casa per la chiusura delle scuole e a frequentare la didattica a distanza.

In questo scenario, che a breve sarà fotografato con precisione dai dati ISTAT relativi all’ultimo trimestre del 2020, si assiste alla difficoltà in alcuni settori nel trovare i profili ricercati.

Molte imprese nel 2020 hanno puntato sulle modifiche dei modelli di business, con l’adozione di strumenti di digital marketing, sulle innovazioni organizzative, con l’ampia diffusione nell’utilizzo del lavoro a distanza e, sotto l’aspetto prettamente tecnologico, sull’acquisizione di reti ad alta velocità, sistemi cloud e big data analytics.

Di conseguenza, aumenta l’importanza delle competenze digitali (analisi, progettisti e programmatori software), richieste al 60% dei profili ricercati. Ma non solo, accanto a queste competenze c’è sempre più necessità di esperti nei campi green, logistica, automazione industriale, edilizia sostenibile, telemedicina.

Siamo quindi davanti a un paradosso storico con la drammatica perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro e con tantissime imprese che non riescono a trovare le competenze necessarie per competere sul mercato con nuovi modelli innovativi.

In questo contesto occorre un ripensamento radicale nelle attuali politiche del lavoro perché sia il classico modello dei centri per l’impiego, sia la recente norma sul reddito di cittadinanza hanno messo in evidenza la loro inefficacia nell’incrociare domanda e offerta di lavoro, che può essere superata solo ripartendo da una nuova alleanza tra il mondo della formazione e il mondo delle imprese.